Intelligenza Emotiva e … QUALITÀ

“Abituatevi, educate voi stessi a fare tutto ciò che fate perfettamente, con cura e precisione; che il vostro agire non abbia niente di impreciso, non fate niente senza provarvi gusto, in modo grossolano. Ricordatevi che nell’approssimazione si può perdere tutta la vita, mentre al contrario, nel compiere con precisione e al ritmo giusto anche le cose e le questioni di secondaria importanza, si possono scoprire molti aspetti che in seguito potranno essere per voi fonte profondissima di un nuovo atto creativo.”
Pavel Florenskij (filosofo, matematico e religioso russo)

L’intelligenza emozionale è fondamentale negli ambienti di lavoro perché conoscere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri ci aiuta a lavorare meglio, a migliorare le performance del gruppo e a sviluppare un’Azienda di qualità.
1995: Goleman scrisse il suo famosissimo best seller sull’intelligenza emozionale. Per Goleman l’Intelligenza emotiva è: “L’abilità di riconoscere e regolare le emozioni in noi stessi e negli altri”.
Per SIXSECONDS – (vedi: http://italia.6seconds.org) l’intelligenza emotiva è il “collegamento mancante” in grado di rendere le persone dei veri changemaker.
Le skill basate scientificamente sull’intelligenza emotiva sono essenziali per il cambiamento. Queste skill sono apprendibili e predicono una maggiore efficacia, benessere, relazioni e qualità della vita.
Goleman ha avuto un indubbio merito: quello di aver contribuito a sviluppare un atteggiamento culturale più rispettoso e favorevole alle emozioni.
Fino ad alcuni decenni fa le emozioni erano culturalmente considerate materiale inutile, un elemento di debolezza, estraneo al mondo aziendale, un disturbo rispetto al funzionamento delle attività “superiori” della mente connesse all’intelletto: ben lontane, quindi, dal valore che le neuroscienze hanno riconosciuto.  Ormai si considerano le emozioni stesse come intelligenti, capaci di registrare informazioni di grande importanza, informazioni di cui è indispensabile tener conto, che è indispensabile registrare ed elaborare. In questa nuova ottica e con la considerazione che le risorse umane rappresentino il capitale “in movimento” dell’azienda, si è finalmente riconosciuto l’essenziale valore alla componente socio emotiva, componente da dover sviluppare sia per i collaboratori sia per coloro che vogliono diventare manager di successo.

L’intelligenza emotiva determina la nostra potenzialità di apprendere le capacità pratiche basate sui suoi cinque elementi:

  • Consapevolezza;
  • Padronanza di sé;
  • Motivazione;
  • Empatia;
  • Abilità nelle relazioni interpersonali.

La nostra competenza emotiva dimostra quanto, di quella potenzialità, siamo riusciti a tradurre in reali capacità pronte per essere messe in atto sul lavoro.
Ad esempio, l’abilità nel fornire assistenza ai clienti è competenza emotiva basata sull’empatia. Analogamente, la fidatezza si fonda sulla padronanza di sé, ossia sulla capacità di controllare bene i propri impulsi. Tanto l’abilità nell’assistenza ai clienti quanto la fidatezza sono competenze che possono far emergere le persone nel lavoro. Questo non significa, però, che il semplice fatto di essere dotati di intelligenza emotiva garantisca che una persona acquisirà le competenze che davvero contano sul lavoro: significa solo che si hanno le massime potenzialità per apprenderle.
Una persona, ad esempio, potrebbe essere altamente empatica, e tuttavia non aver acquisito tutte quelle capacità pratiche che si fondono sull’empatia e che permettono di offrire un servizio di assistenza ai clienti, di essere un allenatore o un mentore d’alta classe, e di dare coesione ad un team composto da persone molto diverse.

“Bisogna formare buoni manager prima di poter produrre prodotti di qualità.”
Rajeshwari Sharma (Senior research officer – Esperta di Risorse Umane)

Le capacità fondamentali dell’intelligenza emotiva sono di vitale importanza affinché gli individui riescano ad apprendere le competenze professionali necessarie per un’azienda che in questo frangente storico deve “imparare a cambiare” continuamente e non più solo adattarsi ad un cambiamento.
E se un individuo è carente nelle abilità sociali, ad esempio, non riuscirà ad persuadere o a ispirare gli altri, né ad assumersi la leadership di un team o a catalizzare il cambiamento.

“Ci occorre un nuovo modo di pensare per risolvere i problemi causati dal vecchio modo di pensare” … basta vedere il nuovo modo di pensare come un “buon rischio”. Albert Einstein

Il Rischio viene spesso visto con occhio unicamente negativo (ad esempio: rischio di mancata fatturazione, rischio finanziario, rischio legato a sanzioni da parte degli Enti di controllo, rischio legato ai reclami degli stessi clienti, ecc.) mentre il pensiero Risk based può e deve aiutare le aziende ad identificare anche quelle che sono le loro opportunità.

“E’ credenza generale che sia necessario apprendere il know-how per adottare un nuovo metodo. Tuttavia, se si desidera padroneggiarlo pienamente, occorre essere partecipi non solo del know-how, ma anche del know-why. Infatti il know-how ci insegna come comportarsi, ma non cosa fare quando si verificano problemi o variazioni, anche piccole, delle condizioni generali. Se, invece, comprendiamo il know-why, cioè perché dobbiamo agire in un certo modo, saremo in grado di superare ogni difficoltà”.
Shigeo Shingo (Coautore della filosofia giapponese del Just In Time)

 Le difficoltà si superano nel migliore dei modi quando intelligenza ed emozioni vengono armoniosamente integrate, quando cioè il conseguente approccio è quello “guidato dal rischio nei processi organizzativi”.
Solo infatti identificando e gerarchizzando i propri rischi e opportunità, in funzione del contesto e delle parti interessate, decidendo cosa è accettabile e cosa invece no, pianificando azioni rivolte ad armonizzare, eliminare o evitare tali rischi: si possono superare “ogni difficoltà”.

In conclusione:
Saper individuare un “giusto piano”, saper valutarne la fattibilità, saper come sviluppare le competenze tecniche ed emotive di ogni persona coinvolta nel cambiamento, saperne valutare i migliori passi, saper infine rendere standard la procedura significa OTTENERE UN PROCESSO DI QUALITÀ.
Avere chi guida l’azienda in questo “processo circolare” significa aver trovato il consulente “giusto”.